martedì 1 giugno 2010

TEST EAT-26 (Eating Attitude Test )

Eating Attitude Test 26 (EAT-26)

© Dr. David Garner PhD

Scopri quanto è alto il rischio che tu possa contrarre un Disturbo del Comportamento Alimentare.
Da più di vent’anni l’Eating Attitude Test ha dimostrato di essere uno strumento efficace per lo screening di popolazioni ad alto rischio.
L’EAT, essendo un test auto-somministrato, ha una serie di limitazioni concernenti principalmente il fatto che la sua validità dipende dall’onestà con cui il soggetto testato risponde alle varie domande.
Ciò nonostante, numerosi studi controllati, hanno dimostrato che l’EAT è uno strumento di screening economico, affidabile e valido che può essere un aiuto prezioso nella diagnosi di un DCA anche in contesti dove esistono forti differenze culturali.
La recente aggiunta all’EAT di una serie di domande comportamentali specifiche per i DCA, può migliorare ulteriormente la capacità del test di evidenziare quadri clinici di disturbi alimentari, ma anche senza arrivare a questo, l’EAT, resta comunque un validissimo test per evidenziare il livello di preoccupazione che un individuo manifesta nei riguardi del proprio peso e del proprio aspetto fisico.

Domande Comportamentali
Per rispondere alle seguenti domande, metti un cerchio attorno alla definizione che ti sembra più adeguata a descrivere il tuo caso scegliendo una delle seguenti risposte:

Mai / Da una fino a diverse volte al mese / Una volta alla settimana / Da due a sei volte alla settimana / Una volta al giorno / Più di una volta al giorno

Negli ultimi tre mesi ti è capitato di avere uno dei seguenti comportamenti?

1. Avere delle abbuffate, cioè mangiare molto più di quello che la maggior parte delle persone mangerebbe in circostanze simili, con in più la sensazione di non riuscire a fermarti una volta che avevi cominciato?

2. Indurti il vomito allo scopo di controllare il tuo peso o le tue forme corporee?

3. Fare uso di lassativi per controllare il tuo peso o le tue forme corporee?

4. Essere in cura a causa di un disturbo dell’alimentazione?

5. Pensare o tentare di suicidarti?



Test EAT-26
Inserisci una risposta per ogni domanda scegliendo tra:

Sempre / Di solito / Spesso / Talvolta / Raramente / Mai

1. Ho una terribile paura di ingrassare

2. Evito di mangiare quando ho fame

3. Penso al cibo con preoccupazione

4. Mi è capitato di mangiare con enorme voracità e di non riuscire a fermarmi

5. Ho l’abitudine di sminuzzare il cibo

6. Presto molta attenzione al contenuto calorico dei cibi che mangio

7. Tendo ad evitare i cibi con elevato contenuto di carboidrati (Pane, Pasta, Riso, Patate, Dolci)

8. Ho la sensazione che gli altri vorrebbero che mangiassi di più

9. Dopo mangiato mi capita di vomitare

10. Mi sento estremamente in colpa dopo che ho mangiato

11. Sento un forte desiderio di essere più magra

12. Quando faccio ginnastica penso a quante calorie sto bruciando

13. Gli altri mi vedono troppo magra

14. Sono preoccupata al pensiero di avere del grasso sul mio corpo

15. Quando mangio impiego più tempo degli altri per finire il pasto

16. Evito i cibi che contengono zuccheri

17. Mangio cibi dietetici

18. Sento che il cibo controlla la mia vita

19. Mi piace mostrare auto-controllo sul cibo e dominare la fame

20. Gli altri fanno pressione su di me perchè io mangi di più

21. Dedico al cibo troppo tempo e troppi pensieri

22. Mi sento a disagio dopo aver mangiato dei dolci

23. Tendo a seguire delle diete

24. Mi piace quando sento che il mio stomaco è vuoto

25. Provo l’impulso di vomitare dopo avere mangiato

26. Mi piace provare cibi nuovi ed elaborati

Istruzioni per il calcolo del punteggio dell’ EAT-26

Nota: In questa edizione dell’EAT-26, l’ordine delle domande 25 e 26 è stato cambiato rispetto all’edizione originale dell’EAT-26, pubblicato da Garner et. al nel 1982; la domanda che era prima la numero 25 è oggi divenuta la numero 26 (l’ultima) del questionario. Questo è stato fatto allo scopo di semplificare il calcolo del punteggio.

La siglatura del test viene pertanto così calcolata:

per le prime 25 domande devi assegnare i seguenti punteggi alle risposte:

Sempre………….3 punti

Di solito………..2 punti

Spesso…………..1 punto

Talvolta…………0 punti

Raramente……..0 punti

Mai………………0 punti

Per l’ultima domanda invece, (domanda 26) devi assegnare i seguenti punteggi alle risposte:

Sempre………….0 punti

Di solito………..0 punti

Spesso ………….0 punti

Talvolta………..1 punto

Raramente…….2 punti

Mai……………..3 punti

Il punteggio totale del test si ottiene sommando i punteggi ottenuti nelle singole domande.

I criteri da usarsi per decidere se necessiti di ulteriori approfondimenti o terapie sono i seguenti (almeno uno deve essere presente):

1. Un punteggio uguale o superiore a 20 nell’EAT-26

2. Almeno una risposta affermativa ad almeno una delle cinque domande comportamentali

3. Un indice di massa corporea (BMI) inferiore a 18 (vedere al riguardo la tabella)

4. Il fatto che tu abbia la sensazione di avere un qualche problema col cibo e richieda quindi spontaneamente una consulenza specialistica

lunedì 4 gennaio 2010

PSICOPATOLOGIE TRATTATE IN PRIVATO NEGLI STUDI DI CAGLIARI E CARBONIA

 I casi che abitualmente tratto in privato sono:

- il Disturbo di panico (attacchi di panico con o senza agorafobia)
- il Disturbo ossessivo compulsivo
- la Bulimia
- l'Anoressia
- il cosidetto Binge eating (Obesità con abbuffate senza meccanismi di compensazione del peso)
- ADHD ovvero il Disturbo da iperattività e deficit da attenzione (trattamento rivolto soprattutto ai genitori)
- Enuresi ed Encopresi
- la Depressione
- il Rifiuto scolastico in adolescenza
- l'Ansia di separazione in età evolutiva
- la Rabbia, la Gelosia (nei casi in cui queste emozioni diventino ingestibili e minaccino il mantenimento dei rapporti sociali)
- la Fobia sociale
- il Disturbo post traumatico da stress
- la Tricotillomania
- l'Eiaculazione precoce
- la Terapia sessuale di coppia
- i Disturbi somatoformi (somatizzazioni di varia natura)
- le sindromi cosidette ansioso-depressive

martedì 29 dicembre 2009

PERCHE' LA PSICOTERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE E' LA PIU' EFFICACE PER LA CURA DELLA TRICOTILLOMANIA?

Che cos'è la Tricotillomania
La caratteristica che definisce la tricotillomania è il ricorrente e compulsivo strappamento dei propri capelli (DSM IV – R) che produce evidenti aree di calvizie. Solitamente, ma non sempre, il cuoio capelluto e il viso sono le zone principali di estirpazione. La tricotillomania può comunque interessare tutte le parti del corpo dove siano presenti peli e capelli.

Le zone più tipicamente colpite sono il cuoio capelluto, le sopracciglia e le ciglia. Parti meno frequenti comprendono la zona pubica, la regione perirettale e altre zone del corpo in genere. La persona affetta da tricotillomania può servirsi delle proprie unghie, di pinzette, spilli o altri strumenti medici. Questi strappamenti possono provocare danni epidermici permanenti.Di solito lo strapparsi i capelli può essere preceduto da elevati livelli di ansia e da un forte senso di “urgenza” nel mettere in atto il comportamento. Lo strappamento è seguito spesso da un senso di piacere o sollievo. L’azione viene abitualemente messa in atto in solitudine, spesso mentre si guarda la televisione, mentre si legge, si parla al telefono, si guida o si è in bagno. Un episodio può essere scatenato da uno stato d’umore negativo o essere la risposta ad un periodo di stress, ma può anche verificarsi in un momento di tranquillità e relax. A volte questo comportamento può essere emesso in modo volontario, ma più spesso è del tutto inconsapevole.Le persone affette da tricotillomania tentano di camuffare la perdita di capelli che accompagna il disturbo con l’uso di cappelli, sciarpe o ciglia finte. Alcuni ricorrono anche al tatuaggio permanente delle sopracciglia. Nei casi più gravi, le persone con tricotillomania possono arrivare ad evitare situazioni sociali nel tentativo di nascondere agli occhi degli altri i danni causati dallo strappamento compulsivo.Come descritto, la tricotillomania presenta caratteristiche ossessivo compulsive simili al DOC (disturbo ossessivo compulsivo), al disturbo da dimorfismo corporeo e a disturbi del controllo degli impulsi come il pizzicarsi la pelle (DSM IV – R). Per questi motivi queste patologie sono elencate nei disturbi dello spettro compulsivo.
Il Trattamento
Il trattamento più efficace per la tricotillomania è la terapia cognitivo comportamentale. Le tecniche impiegate si basano sul principio che lo strapparsi i capelli o i peli sia una risposta condizionata a specifiche situazioni ed eventi e che la persona che mette in atto questo comportamento spesso non è consapevole di questi fattori scatenanti.

La terapia affronta il problema in due fasi:
1. la persona impara come identificare le situazioni e gli eventi che innescano il comportamento.
2. la persona impara ad utilizzare comportamenti alternativi in risposta a queste situazioni ed eventi.
Altre tecniche terapeutiche possono essere impiegate per combattere il disturbo in modo combinato. Il controllo degli stimoli e l’esposizione con prevenzione della risposta.
La prima comporta l’utilizzo di specifici elementi fisici come “agenti bloccanti delle abitudini” per impedire la possibilità di strappamento.
La seconda, che è una delle principali tecniche per il DOC e per i disturbi di tipo ossessivo compulsivo, è di maggiore efficacia se la persona affetta da tricotillomania è già consapevole dei fattori scatenanti del comportamento e ha già raggiunto significativi risultati con l’impiego della precedente tecnica. A volte possono essere prescritti farmaci, simili a quelli usati per il DOC, in concomitanza alla terapia cognitivo comportamentale.

NOTA BENE
È importante sottolineare che la precedente descrizione non sostituisce una completa ed esaustiva valutazione svolta da un esperto terapeuta cognitivo comportamentale o da altri professionisti del settore della salute mentale. Come nel caso di DOC, alcune persone affette da tricotillomania possono trarre beneficio dai farmaci e quindi possono necessitare di una valutazione psichiatrica.La valutazione fatta da professionisti TCC è indispensabile per distinguere la tricotillomania da altre condizioni psicologiche e mediche. Anche esami medici potrebbero risultare necessari.

Tratto da OCD Center of Los Angeles - http://www.ocdla.com/

martedì 15 dicembre 2009

DI CHE COSA SI OCCUPA LO PSICOLOGO-PSICOTERAPEUTA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE?

Attualmente copre il campo del trattamento di tutti i disturbi mentali: disturbi dell’area nevrotica (disturbi d’ansia, fobie, ossessioni-compulsioni, depressione), disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia), disfunzioni sessuali, disturbi di personalità, disturbi da abuso di sostanze, psicosi (disturbo delirante, schizofrenia), problemi psicopatologici dell’età evolutiva, psicopatologia nell’anziano.
Oltre alle applicazioni psicopatologiche le tecniche cognitivo-comportamentali si dimostrano particolarmente efficaci e rapide per aiutare le persone a risolvere difficoltà di adattamento o crisi evolutive (difficoltà nelle relazioni sociali o nel lavoro, ansia da esame, reazioni disadattive al lutto, difficoltà nella coppia o nella gestione dei figli, ecc.), anche attraverso modalità alternative al trattamento psicoterapico (gruppi di auto-aiuto, biblioterapia).
Il terapeuta cognitivo – comportamentale possiede nel suo repertorio una serie di tecniche di derivazione comportamentale, cognitiva e relazionale, che utilizza all’interno della cornice della relazione terapeutica, vale a dire il particolare rapporto tra operatore e paziente, rapporto che viene investito da una progressiva condivisione di senso.
In termini molto semplificati possiamo affermare che l’intervento terapeutico si pone due obiettivi principali:
  • il primo é quello di individuare e definire il tipo di pensiero che accompagna le emozioni negative (per esempio dolore, sconforto, paura);
  • il secondo consiste nel cercare delle modalità alternative, più funzionali, di affrontare le situazioni problematiche.
L’adozione di modalità di pensiero più costruttive conduce a una modificazione dell’esperienza emozionale dolorosa. Sarà compito del terapeuta individuare le tecniche più appropriate che potranno aiutare la persona a raggiungere questi obiettivi, mentre sarà compito di quest’ultima impegnarsi durante gli incontri e nella vita reale per seguire le indicazioni dell’operatore.
Caratteristiche dell’approccio sono:

Mirato allo scopo: all’inizio della terapia, previa una approfondita valutazione diagnostica, vengono concordati gli obiettivi da raggiungere, viene stabilito un piano di trattamento che si adatti alle esigenze del singolo, vengono previsti i tempi e le modalità di verifica per il raggiungimento dei cambiamenti auspicati.
Centrata sul presente: il lavoro terapeutico, soprattutto quando mirato alla soluzione di sintomi specifici, si basa sull’elaborazione di quello che succede nella vita attuale della persona. L’attenzione al passato e alla “storia” personale è sicuramente importante in fase diagnostica e in alcune categorie di intervento, ma normalmente la terapia cerca di aiutare la persona a superare le difficoltà attuali.
Attivo e collaborativo: terapeuta e paziente lavorano insieme.Il terapeuta può proporre delle strategie cognitive e comportamentali che poi il paziente dovrà sperimentare negli incontri e a casa, tra una seduta e l’altra.
A breve termine: la durata dell’intervento è dipendente dalla valutazione del tipo di difficoltà e dall’impegno e motivazione del paziente. In ogni caso i cambiamenti vengono monitorati a scadenze prestabilite in partenza, ed è quindi possibile la valutazione dell’efficacia dell’intervento oltre che la ridefinizione degli obiettivi.
Integrabile: si presta a sinergie con il trattamento psicofarmacologico.

Dimostra la sua efficace a breve e lungo termine: questo orientamento vuole sottoporre a sperimentazione le strategie e tecniche di cui fa uso. La misurabilità dei risultati permette di fare ricerche. Quelle fatte fino ad ora dimostrano che, i cambiamenti ottenuti con queste tecniche, si mantengono a lungo nel tempo.
Tutto quanto è stato detto rientra sempre in una relazione di fiducia che dev’essere costruita con il paziente!

domenica 26 luglio 2009

ATTACCHI DI PANICO E PSICOTERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE

Il panico, definito fino a poco temp fa DAP (Disturbo da Attacchi di Panico) ed attualmente DP (Disturbo di Panico), è un disturbo psicologico caratterizzato dalla presenza di Attacchi di panico e dalla preoccupazione costante di avere nuovi attacchi con modificazione dello stile di vita o evitamento. La diagnosi di Disturbo di panico dipende strettamente dalla presenza di entrambe le componenti: attacchi di panico e modificazione dello stile di vita (soprattutto l'evitamento) per il timore di avere nuovi attacchi. Pertanto, la mera episodica presenza di attacchi di panico non è sufficiente per fare diagnosi di Disturbo di panico. Se gli attacchi di panico si verificano quando si è esposti in situazioni pubbliche (parlare in pubblico, esprimere le proprie idee in gruppo, etc.), non si fa diagnosi di Disturbo di panico, ma di Fobia Sociale.
Gli attacchi di panico, infatti, possono anche essere la manifestazione di un problema passeggero o estemporaneo. Molte persone nel corso della loro vita possono sperimentare degli attacchi di panico. Questi possono sopraggiungere in circostanze di eccezionale stress o in momenti di fragilità. Oppure, molto più raramente, gli attacchi di panico possono essere il sintomo di una malattia fisica, come ad esempio un disturbo endocrino o neurologico, oppure la manifestazione di assunzione di talune sostanze come gli anfetaminici, la cocaina, l'LSD, l'alcol, etc.

Attacchi di panico
Gli attacchi di panico sono degli episodi di intensa ansia che insorgono inaspettatamente oppure in specifiche situazioni caratterizzate dalla percezione di assenza di vie di fuga (ad esempio autostrada, traffico, mezzi pubblici, ascensori, aereo, luoghi chiusi o affollati) oppure dalla percezione di essere "lontani" da luoghi familiari (ad esempio lontani da casa, dalla propria città, da centri medici o ospedali), oppure dall'assenza di persone di riferimento (ad esempio, se non si è accompagnati in giro da familiari o amici fidati o si è soli in casa).I sintomi degli attacchi di panico sono molto vari e possono includere sintomi cardio-respiratori (senso di fame d'aria o di soffocamento, tachicardia, senso di costrizione toracica), sintomi neuro-muscolari (tensione muscolare, tremori, gambe molli), sintomi psicologici, come la sensazione che la realtà non sia più la stessa (derealizzazione) oppure di non essere più gli stessi (depersonalizzazione). L'elenco completo è consultabile alla pagina dei
sintomi.

Frequentemente gli attacchi di panico sono accompagnati da pensieri catastrofici, i più tipici dei quali sono:
Paura di morire o di avere un grave malore
Paura di non essere soccorsi
Paura di svenire
Paura di impazzire
Paura di perdere il controllo
Paura di comportarsi in modo imbarazzante davanti agli altri

Modificazione dello stile di vita
La seconda componente del Disturbo di Panico è la modificazione dello stile di vita, cioè dei cambiamenti nelle proprie abitudini e scelte al fine di non avere nuovi attacchi.Il sintomo più comune è l'evitamento che consiste nell'evitare luoghi e situazioni che sono collegati all'idea di avere nuovi attacchi. Pertanto è frequente che le persone che soffrono di Disturbo di Panico tendano ad evitare ad esempio i luoghi affollati, i mezzi di trasporto, il traffico, l'autostrada, l'aereo, etc. Quando l'evitamento è marcato è diffuso, lo spazio di azione si riduce notevolmente dando luogo a sentimenti di frustrazione, caduta di autostima e persino depressione.Un altro comportamento messo in atto è il non rimanere da soli. In questo caso le persone possono non hanno un marcato evitamento, ma cercano in tutti i modi di essere accompagnati negli spostamenti da familiari, amici o persone fidate. A volte gli accompagnatori sono ignari di svolgere questo compito "protettivo".

Terapia
Le linee guida internazionali sono concordi nel raccomandare la terapia cognitivo comportamentale in associazione o meno con farmaci SSRI. La terapia cognitivo comportamentale del Disturbo di Panico è in genere una terapia breve, in quanto focalizzata sul superamento del problema e si avvale di tre strumenti fondamentali:
Apprendere a calmarsi;
Superare i pensieri catastrofici (ristrutturazione cognitiva);
Esporsi gradualmente alle situazioni temute, applicando le tecniche apprese di rilassamento e di superamento dei pensieri catastrofici.

Negli ultimi anni si sta affermando l'integrazione della terapia cognitivo comportamentale con l'apprendimento della mindfulness. Per questa ragione si parla di terapia cognitivo comportamentale di terza generazione.

giovedì 25 giugno 2009

I DISTURBI D'ANSIA

L’ansia un fenomeno emozionale complesso e multidimensionale che denota un senso soggettivo di disagio/apprensione, che viene paragonato a un senso di pericolo imminente o di un evento negativo che incombe sul soggetto; preoccupazioni, pensieri di pericolo, aspettative negative, focalizzazione dell'attenzione e ipervigilanza; tensione muscolare, iperventilazione, palpitazioni o tachicardia, bisogno di urinare frequentemente, secchezza delle fauci, sudorazione o mani fredde ecc.); tremori, inceppi nell'eloquio, iper-reattività e irritabilità, interferenze con la concentrazione e alcune attività ecc.
DISTURBI D'ANSIA. Un attacco di panico corrisponde a un periodo preciso durante il quale vi è l’insorgenza improvvisa di intensa apprensione, paura o terrore, spesso associati con una sensazione di catastrofe imminente. Durante questi attacchi sono presenti sintomi come dispnea, palpitazioni, dolore o fastidio al petto, sensazione di asfissia o di soffocamento, e paura di “impazzire” o di perdere il controllo.

L’agorafobia è l’ansia o l’evitamento verso luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile (o imbarazzante) allontanarsi o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto in caso di un Attacco di Panico o di sintomi tipo panico.
Il disturbo di panico senza agorafobia è caratterizzato da ricorrenti Attacchi di Panico inaspettati, riguardo ai quali vi è una preoccupazione persistente.
Il Disturbo di Panico con Agorafobia è caratterizzato sia da ricorrenti Attacchi di Panico inaspettati che da Agorafobia.
L’agorafobia senza anamnesi di disturbo di panico è caratterizzata dalla presenza di Agorafobia e di sintomi tipo panico senza anamnesi di Attacchi di Panico inaspettati.
La fobia sociale è caratterizzata da un’ansia clinicamente significativa provocata dall’esposizione a un oggetto o a una situazione temuti, che spesso determina condotte di evitamento.
Il disturbo ossessivo-compulsivo è caratterizzato da ossessioni (che causano ansia o disagio marcati) e/o compulsioni (che servono a neutralizzare l’ansia).
Il disturbo da stress post-traumatico è caratterizzato dal rivivere un evento estremamente traumatico accompagnato da sintomi di aumento dell’arousal e da evitamento di stimoli associati al trauma.
Il disturbo acuto da stress è caratterizzato da sintomi simili a quelli del Disturbo Post-traumatico da Stress che si verificano immediatamente a seguito di un evento estremamente traumatico.
Il disturbo d'ansia generalizzato è caratterizzato da almeno 6 mesi di ansia e preoccupazione persistenti ed eccessive.
I modelli cognitivi dei disturbi d'ansia si basano sull'assunto che l’ansia sia collegata a distorsioni ed errori sistematici nell'elaborazione delle informaziorni connesse a un certo repertorio di situazioni e alle nozioni di pericolo e di vulnerabilità personale che affondano le loro origini nell'esperienza remota del soggetto e sono via via "rimaneggiati" da esperienze significative (dirette o indirette).
Processi distorcenti di elaborazione delle informazioni potranno dar luogo a eventi cognitivi specifici come: anticipazioni catastrofiche; pensieri automatici negativi; auto-affermazioni di inettitudine, malattia, follia; ricordi e immagini mentali a contenuto ipocondriaco; aspettative di insuccesso e fallimento nelle proprie attività di coping; monologhi interni di carattere autodistruttivo.

Esempi frequenti di distorsioni che si hanno nell'ELABORAZIONE COGNITIVA CONNESSA ALL'ANSIA sono:
a) la CATASTROFIZZAZIONE, per cui la persona si sofferma a esaminare improbabili esiti negativi di una situazione, sovrastimando la probabilità di tale esito negativo e amplificandone irrealisticamente le conseguenze;
b) l’ASTRAZIONE SELETTIVA e la PERDITA DI PROSPETTIVA, per cui il paziente e ipersensibile a qualsiasi aspetto di situazioni potenzialmente dannose, ma non e sensibile agli aspetti di facilitazione parimenti presenti e perde il sense globale della situazione;
c) il PENSIERO DICOTOMICO, la tendenza cioe a interpretare gli eventi in termini dicotomici senza spazio per l’incertezza o I'ambiguità (a meno ché una situazione non sia inequivoc. sicura, egli la valuta insicura).

ANSIA DI STATO: stato emotivo transitorio di un individuo in un dato momento ed in una data situazione, condizione dell'organismo umano caratterizzata da sentimenti soggettivi percepiti a livello cosciente di tensione ed apprensione, e dall'aumentata attività del sistema nervoso autonomo. Può variare e fluttuare nel tempo.
ANSIA DI TRATTO: variabile di personalità relativamente stabile che può caratterizzare alcuni individui e differenziarli da altri, tendenza a rispondere con elevazioni dell'intensità dell'ansia di stato a situazioni percepite come minacciose.

GLOSSARIO PER I DISTURBI ALIMENTARI (DCA)

GLOSSARIO

Questo è il glossario dei termini più comunemente usati quando si parla di DCA.
Abbuffate
Abuso sessuale
Alimentazione meccanica
Amenorrea
Auto-monitoraggio
Auto-Aiuto
Autostima
Complicanze dei DCA
Caratteristiche di personalità nei DCA
Contesto culturale e DCA
Dieta e DCA
Dieta a scambio
Esercizio fisico eccessivo
Effetti delle diete
Fattori predisponenti i DCA
Fattori scatenanti i DCA
Fattori di mantenimento dei DCA
Famiglia e problemi familiari
Grasso corporeo
Immagine corporea
Lassativi e Diuretici
Motivazione al trattamento
Pensieri disfunzionali
Obesità e rischio
Obesità e pregiudizi
Peso e set-point
Peso estetico e peso ragionevole
Supermercati e iperconsumi
Vomito
Indicazioni al ricovero

LIBRI SUI DISTURBI ALIMENTARI

Testi generali sui Disturbi del Comportamento Alimentare

Apeldorfer G. (1996).Anoressia, Bulimia, Obesità. Il Saggiatore: Torino.
Bowen-Woodward K. (1999)Quando il tuo corpo non ti piace. Universale Economica Feltrinelli: Milano.

Buckroyd J. (1999)Anoressia e Bulimia. Oscar Mondadori Editore: Milano

Dalle Grave R. (1998)Alle mie pazienti dico. Positive Press: Verona.

Piccini F. (2001)Anoressia, Bulimia Binge Eating Disorder. Centro Scientifico Editore: Torino.


Testi sulla Bulimia Nervosa ed il Binge Eating Disorder

Piccini F. (2008)Ri-Vedersi. Guida all’uso dell’autoritratto fotografico per la scoperta e la costruzione di sè. Red! Milano.

Cooper P.J. (1995)Bulimia Nervosa: una guida alla guarigione e un manuale di auto-aiuto per chi ne soffre. Armando: Roma.

Fairburn C.G. (1996)Come vincere le abbuffate. Positive Press: Verona.

Hall L., Cohn L. (1994)Bulimia, una guida verso la guarigione. Positive Press: Verona.

Schmidt U., Treasure J. (1994)Migliorare morso dopo morso; un manuale di sopravvivenza per chi soffre di bulimia nervosa e di disturbi del comportamento alimentare. Positive Press: Verona.


Testi sull’ Anoressia Nervosa

Crisp A.H. et al. (1997)
Il desiderio di cambiare. Positive Press: Verona.

Palmer R. (1991).Anoressia mentale: guida per chi ne soffre e per la sua famiglia. Borla: Roma.


Testi informativi per amici e familiari

Burbatti G. Castoldi I. (1998)S.O.S. Anoressia: guida pratica per i genitori. Oscar Mondadori: Milano.

Favaro A. , Santonastaso P. (1996)
Anoressia e Bulimia, quello che i genitori (e altri) vogliono sapere. Positive Press: Verona.

Gordon R. (1991)Anoressia e Bulimia, anatomia di una epidemia sociale. Cortina: Milano.

Malucelli M. (2000)Anoressia e Bulimia: come capire e aiutare il proprio figlio adolescent. Franco Angeli: Roma.

Siegel M. et al. (1994)
Come sopravvivere all’anoressia e alla bulimia: strategie per famiglie e amici. Positive Press: Verona.

Trattner Sherman R. , Thompson A. (1998)La magia dello spago: gli inganni della bulimia. Positive Press: Verona.

DISTURBI ALIMENTARI: SUGGERIMENTI PER FAMILIARI E AMICI

COME ESSERE D'AIUTO A CHI VIVE A CONTATTO CON PERSONE CHE HANNO UN PROBLEMA ALIMENTARE

Quando ci si trova vicini ad una persona che soffre di un disturbo alimentare, indipendentemente dal fatto che questi sia già in terapia o meno, viene naturale porsi delle domande sul come devono essere gestiti molti aspetti della vita di ogni giorno.
Cosa fare di fronte ad una partner che si abbuffa? Bisogna costringere o no una figlia a mangiare? Bisogna far notare ad un amico che sta aumentando troppo di peso? Come regolarsi in casa con i problemi della spesa, della preparazione dei cibi, della loro assunzione etc.? Cosa fare se si scopre cha la figlia fa uso di farmaci come lassativi o diuretici?
Spesso i parenti, i partners o gli amici di questi pazienti cercano di risolvere i problemi cercando di modificare, o controllare, il comportamento dei loro cari. Eppure, è dimostrato che questo tipo di strategie non funzionano quasi mai! Infatti non appena il controllo si indebolisce, e se non si è cercato di modificare la motivazione al cambiamento della persona malata, il suo comportamento tende ben presto a ritornare come prima (talora addirittura peggiorato!).
In realtà la maggior parte delle reazioni che si hanno di fronte al disturbo di un familiare o di un amico, che soffre di un DCA, nascono da una comprensibile reazione ai sentimenti di impotenza, frustrazione, inutilità, rabbia, che questi pazienti suscitano nelle persone che li circondano.
Questi sentimenti sono reazioni naturali e comprensibili che tutti proviamo (anche noi terapeuti) di fronte a problemi su cui sentiamo di non avere controllo.
E visto che uno dei principali problemi di una persona che soffre di un DCA è proprio un problema di controllo (questi pazienti sono costantemente angosciati dalla ossessione del controllo del peso e del proprio aspetto fisico, o dalla paura angosciosa di perderlo) pensare di poterli battere in una partita sul controllo è una battaglia persa in partenza.
Ecco allora che bisogna escogitare qualche formula per sopravvivere emotivamente ad un caro, o un familiare, che soffre di un disturbo alimentare, nell’attesa che la terapia dia i suoi risultati.
Ci sono alcuni consigli che possiamo darvi, per affrontare situazioni come queste. Prendeteli come una guida per la meditazione, o come stimolo per un gruppo self-help per familiari, ma in ogni caso rifletteteci sopra!
• Impariamo ad accettare il fatto che certe malattie non possono essere guarite all’istante; più in generale, diciamo che nella vita non tutto ciò che viene identificato come problema, può essere risolto inpoco tempo.• Impariamo ad accettare il diritto di un’altra persona ad avere una vita indipendente; nella vita non possiamo cambiare tutte le persone e farle diventare come le vorremmo noi. Ciascuno (dopo essere stato adeguatamente informato dei rischi cui le sue condotte lo espongono) deve essere libero di fare le proprie scelte riguardo al come gestire la propria vita. Come dice David M. Garner: “avere una anoressia o una bulimia non è un reato penale!” Perciò, soprattutto se sappiamo che l’altro/a è in cura da un terapeuta, dovremmo riuscire a farci da parte.• A prescindere dal fatto cheil nostro caro sia, o non sia in trattamento,é meglio tenersi in disparte dai problemi del cibo e non centrare la relazione con questa persona sui problemi del cibo e del peso corporeo. E’ infatti importante parlare anche delle cose “normali”: da “come é andata oggi al lavoro/a scuola”, a “cosa ne pensi dell’ultimo film di Salvatores”.
Naturalmente,poi, quando si deve condividere la casa con una persona che soffre di un DCA, le regole della convivenza saranno ovviamente diverse a seconda del rapporto che avete con questa persona. Orientativamente, comunque, si dovranno affrontare i problemi relativi a quali e quanti cibi tenere in casa, come gestire il problema delle abbuffate e del vomito etc.
Proviamo, perciò, a stabilire alcune regole generali di convivenza che possono aiutare pazienti e familiari a convivere meglio con questi problemi e a progredire, contemporaneamente, sulla via della guarigione e della conservazione delle relazioni affettive.
• Evitate di acquistare o ri-acquistare alimenti speciali o comunque esclusivamente destinati per la persona che soffre di un DCA. Questo significa che se uno della famiglia si abbuffa deve essere sua responsabilità rimpiazzare il cibo che ha fatto sparire (questo può tra l’altro aiutarlo/a a rendersi consapevole dei costi economici della sua malattia). Ma significa anche che non serve comprare cibo speciale per invogliare un’anoressica a mangiare.
• Lasciate che ogni membro della famiglia decida da sé cosa vuole o non vuole mangiare senza costringere, né limitare, nessuno nelle sue scelte alimentari (purché sia prima soddisfatta la regola precedente).
• Cercate di non trasformare l’ora del pranzo in un campo di battaglia; ovvero cercato di lasciare il problema del paziente fuori dagli argomenti di conversazione a tavola. Se anche il paziente non vuole mangiare è importante che si sieda comunque a tavola. Se preferisce mangiare qualcosa di diverso deve essere libero/a di farlo purché se lo prepari da solo/a.
• Cercate di accordarvi sulle mansioni domestiche riguardanti il cibo. Ovvero se la persona che soffre di un DCA è anche la responsabile degli acquisti e della preparazione del cibo di casa, e questo le crea dei problemi, è opportuno offrirle il cambio lasciandole per un po’ altre mansioni domestiche che non abbiano a che fare con il cibo.
• Anche i malati devono essere responsabili dei loro comportamenti (particolarmente nel caso questo possa danneggiare gli altri). Perciò il fatto di nascondere il cibo in camera, lasciando briciole e cartacce in giro, o il fatto di andare a vomitare lasciando il bagno sporco, non è ammissibile in una famiglia! Anche in questo caso, non è di alcuna utilità per il paziente il fatto che qualcun altro si assuma le sue responsabilità o cerchi di alleggerirlo delle conseguenze dei suoi comportamenti sintomatici,anzi questo tipo di aiuti finisce per impedirgli di crescere e di prendere coscienza dei suoi problemi. Così chi si abbuffa deve lasciare la cucina pulita ed utilizzabile per gli altri, e se esaurisce le scorte alimentari della casa, è responsabile di andare a rimpiazzarle.
• Evitate più in generale di accollarvi l’onere di controllare il comportamento del paziente. Tipo: mettergli il cibo sotto chiave o restare a casa con lui/lei solo per evitare che si abbuffi, in quanto in questo modo non si aiuta il paziente ad acquisire un proprio controllo sul comportamento. Evitate anche di fare i detective per spiare e documentare i comportamenti sintomatici del paziente.
Queste regole, se decidete di seguirle, devono ovviamente essere inderogabili. Il che significa che, una volta stabilite, è importante farle rispettare, altrimenti è inutile averle create!
E’ evidente che se siete i genitori di una ragazza che dipende economicamente da voi le possibilità ed i poteri in gioco, saranno diversi che nel caso, ad esempio, di due conviventi finanziariamente indipendenti.
E’ opportuno che i piani di “sopravvivenza domestica”, le regole e le eventuali sanzioni vengano discusse insieme al paziente e che sia chiaro che tutto questo non ha alcuno scopo punitivo nei suoi confronti, ma semplicemente é necessario per il buon andamento della convivenza. Cercate di essere coerenti con quanto detto, cioè non fate deroghe ai patti per nessun motivo o le regole perderanno ogni senso.
E’ comunque opportuno che le eventuali difficoltà particolari possano essere portate come argomenti della terapia, sia dai familiari che dal soggetto. Nel dubbio, infatti, é sempre meglio non mettersi nei panni del terapeuta e non dare consigli che non si è sicuri possano essere corretti.
Infine cercate, per quanto, possibile di evitare che i comportamenti sintomatici del paziente con cui dovete convivere condizionino le vostre reazioni emotive, vi generino ansia o depressione, o vi portino a trascurare le vostre normali occupazioni (se questo accade è meglio farsi aiutare da un terapeuta), in quanto solo salvaguardando il vostro benessere e la vostra autonomia emotiva potrete essere realmente di aiuto alle persone che amate, sane o malate che siano.

COME VALUTARE SE SOFFRITE DI UN DISTURBO ALIMENTARE

Ritenete di essere troppo grasse? Vi dicono che siete troppo magre? Avete qualche problema con il cibo? Temete di soffrire di un disturbo alimentare? Vi è stato diagnosticato un disturbo specifico?
Scoprite se è vero!
In queste pagine troverete i criteri internazionalmente usati per diagnosticare i Disturbi del Comportamento Alimentare. Vi spiegheremo anche come valutare il vostro peso corporeo mediante l’Indice di Massa Corporea. Verificate se avete un problema con il cibo ed in questo caso di che problema si tratta.

Scoprite come:
* "Diagnosticare una Anoressia Nervosa"* "Diagnosticare una Bulimia Nervosa"*" Diagnosticare un Binge Eating Disorder"* "Diagnosticare un Disturbo Alimentare Atipico"*" Calcolare il proprio Indice di Massa Corporea"

E poi, se avete ancora dei dubbi, andate alla pagina del Test EAT-26, che è il più famoso e accreditato test di screening per valutare il rischio di contrarre un disturbo del comportamento alimentare, rispondete a tutte le domande e controllate i risultati.

* L'ASTERISCO VI RICORDA CHE PER UNA OPPORTUNA DIAGNOSI, VALIDA SCIENTIFICAMENTE, SAREBBE OPPORTUNO CONTATTARE UNO SPECIALISTA. IL MATERIALE PROPOSTO HA L'UNICO SCOPO DI SENSIBILIZZARE E NON DI FARE DIAGNOSI.

TABELLA BMI (Iindice di massa corporea)

COME CALCOARE L'INDICE DI MASSA CORPOREA

Come calcolare il proprio Indice di Massa Corporea (BMI).
L’Indice di Massa Corporea detto anche BMI (dall’inglese: Body Mass Index) è un numero che esprime il rapporto esistente tra il peso in chilogrammi di una persona ed il quadrato della sua altezza espressa in metri.
Il BMI è considerato un indice molto più attendibile del solo peso corporeo per definire le caratteristiche fisiche di una persona. Per questo motivo viene di solito usato per la diagnosi delle patologie nutrizionali. Per calcolare il vostro BMI fate in questo modo:
• Prendete il vostro peso in chilogrammi.
• Dividetelo per la vostra altezza espressa in metri e moltiplicata al quadrato.
• Il risultato sarà il vostro BMI.
La formula esatta è: BMI = Peso (kg) : Altezza (m)2
Si considera normale un valore di BMI compreso tra 18,5 e 24,9.
Un valore di BMI inferiore a 18,5 indica sottopeso.
Un valore di BMI compreso tra 25 e 29,9 indica sovrappeso.
Un valore di BMI superiore a 30 indica obesità.
Se volete potete anche scaricare la tabella completa degli Indici di Massa Cosporea cliccando qui di seguito: tabellabmi.pdf

mercoledì 24 giugno 2009

IL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO

Il disturbo ossessivo-compulsivo o DOC (in inglese obsessive-compulsive disorder o OCD), chiamato anche sindrome ossessivo-compulsiva o SOC (in inglese obsessive-compulsive syndrome o OCS), in alcuni testi conosciuto come disturbo ossessivo-coattivo, sindrome ossessivo-coattiva o semplicemente come disturbo ossessivo e sindrome ossessiva e prima dell'uscita del DSM-III-R come (psico)nevrosi ossessivo-compulsiva, (psico)nevrosi ossessivo-coattiva o semplicemente come (psico)nevrosi ossessiva e (psico)nevrosi coatta, è un disturbo psicologico che si manifesta in una gran varietà di forme, ma è principalmente caratterizzato dall'anancasmo, una sintomatologia costituita da pensieri ossessivi associati a compulsioni (azioni particolari o rituali da eseguire) che tentano di neutralizzare l'ossessione.
Il disturbo ossessivo-compulsivo, pur essendo classificato dalla versione quattro del
Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-IV), tra i disturbi d'ansia (codice 300.30), è da molti considerato invece come entità nosografica autonoma, con un definito nucleo psicopatologico, con un decorso e una sintomatologia peculiari e con dei correlati biologici che vanno a poco a poco delineandosi.
Sempre secondo il DSM-IV, esso è caratterizzato da sintomi ossessivi e/o compulsivi che siano fonte di marcata sofferenza per il paziente, comportino spreco di tempo (più di un'ora al giorno) e interferiscano con le normali attività quotidiane.
Affinché venga diagnosticato un disturbo ossessivo-compulsivo devono essere presenti o soltanto ossessioni, oppure ossessioni e compulsioni.


DEFINIZIONE DI OSSESSIONE.

Pensieri, dubbi, immagini o impulsi ricorrenti e persistenti che affliggono l'individuo e che da questo vengono percepite come invasive e inappropriate (o comunque fastidiose) e che provocano una marcata sofferenza. La differenza con i disordini della personalità risiede proprio in questo fatto: mentre nel DOC le ossessioni sono avvertite come intrusive, nel disturbo ossessivo-compulsivo di personalità (o OCPD) hanno carattere egosintonico.
L'individuo si rende conto che i pensieri, le immagini o gli impulsi sono frutto della propria mente. Se le ossessioni venissero ritenute reali, allora si cadrebbe nel campo della
schizofrenia (cfr. "disturbo schizotipico di personalità" che, a volte, è connesso col DOC).
L'individuo tenta (inutilmente) di ignorare o sopprimere tali pensieri, immagini o impulsi, o di neutralizzarli (altrettanto inutilmente) con altri pensieri e comportamenti ("compulsioni", in alcuni testi chiamati anche "psichismo da difesa" e più anticamente "coazioni").


DEFINIZIONE DI COMPULSIONE.

Comportamenti o azioni mentali ripetitivi che l'individuo si sente obbligato a eseguire, come una sorta di rituale stereotipato (che può servire a "riparare" un "danno" oppure a diminuire l'ansia causata da un pensiero), per difendersi da una certa ossessione.
I comportamenti o le azioni mentali sono mirate a combattere le ossessioni; spesso questi comportamenti o queste azioni mentali sono chiaramente eccessivi e/o non sembrano, da parte di un osservatore esterno, essere realmente connessi con l'ossessione che cercano di neutralizzare.
Le compulsioni possono riguardare diverse tematiche come la contaminazione, il perfezionismo, l'ordine, il controllo.


SINTOMI E MANIFESTAZIONI.

Le ricerche hanno dimostrato che il DOC è molto più comune di quanto si pensasse. Circa 1 su 50 tra adolescenti e adulti è affetto da disturbo ossessivo-compulsivo. A causa della natura molto personale di questo disordine, e anche per via della paura di essere giudicati, potrebbero esistere molte persone afflitte da DOC che lo nascondono, e la percentuale potrebbe essere più alta.

RITUALI ANANCASTICI
Il paziente affetto da DOC non si lamenta in particolare dell'ansia, ma piuttosto delle ossessioni e delle coazioni. L'ansia si manifesta solamente se si interferisce nei rituali messi in atto per difendersi dalle ossessioni. Per gli altri, questi rituali, detti rituali anancastici, appariono strani e non necessari, ma per l'individuo tali azioni sono profondamente importanti e devono essere eseguite in particolari modi per evitare conseguenze negative e per impedire all'ansia di prendere il sopravvento. Esempi di queste azioni sono:
controllare ripetitivamente che la macchina parcheggiata sia ben chiusa a chiave prima di lasciarla,
accendere e spegnere le luci un certo numero di volte prima di uscire da una stanza,
salire una scala o entrare in una stanza sempre e solo con un piede anziché l'altro,
alzare e abbassare continuamente il volume di una radio o del televisore perché si è convinti che nessuna tonalità sia adatta,
lavarsi ripetitivamente le mani a intervalli regolari durante il giorno o non riuscire a smettere di lavarsele una volta insaponate,
I sintomi esatti possono includere, più specificatamente, tutti o solo alcuni dei seguenti:
continuo ripetere azioni "riparatrici" (lavarsi le mani)
un sistema di conto specifico (contare in gruppi di quattro, sistemare le cose in gruppi di tre, sistemare gli oggetti in insiemi pari o dispari)
controlli protratti e ripetuti, volti a riparare o prevenire gravi disgrazie o incidenti
impostare limiti specifici ad azioni in corso (raggiungere la propria auto con dodici passi),
allineare perfettamente gli oggetti nel loro insieme, in angolazioni perfette (questo sintomo si ha anche nel disordine della personalità e può essere confuso con questa condizione),
puntare lo sguardo o gli oggetti in direzione degli angoli della stanza,
in un pavimentazioni composite, evitare il calpestio delle fughe di separazione,
sostituire i "cattivi pensieri" con "buoni pensieri" (la visione di un bambino malato può costringere a pensare ad un bambino che gioca felice),
paura di contaminazione (come la paura delle secrezioni del corpo umano quali saliva, sudore, lacrime, muco, urina e feci: alcuni casi di DOC hanno anche dimostrato la paura che il sapone che viene usato sia contaminato) fisica o anche metafisica (contaminazione da pensiero),
paura ossessiva delle malattie (cfr.
ipocondria),
ricerca di simmetria (calpestare un pezzo di carta con il piede sinistro può indurre il bisogno di calpestarne un altro con il piede destro, o di tornare indietro e pestarlo nuovamente),
superstizione eccessiva o pensiero "magico" .


Anche se il paziente è convinto che i rituali siano solo un effetto del disturbo non riesce comunque ad ignorarli.
Ci sono molti altri sintomi. Tutti possono portare ad evitare le situazioni di "pericolo" o disagio e quindi influire sulla vita del soggetto affetto con gli evitamenti in maniera pari ai sintomi stessi. È importante ricordare che possedere qualcuno dei sintomi elencati non è un segno assoluto di DOC e viceversa e che la diagnosi di DOC deve essere fatta da uno psicoterapeuta (possibilmente cognitivo-comportamentale) per essere certi di soffrire di questo disturbo. Le ossessioni sono idee e pensieri cui il malato non può smettere di pensare. Comuni ossessioni includono la paura di provare disagio, di essere feriti o di causare dolore a qualcun altro. Le ossessioni sono tipicamente automatiche, frequenti e difficili da controllare o da eliminare di per sé.
Le compulsioni si riferiscono ad azioni eseguite dalla persona, normalmente in modo ripetitivo, al fine di opporsi (inutilmente) al pensiero o ai pensieri ossessivi. Nella maggior parte dei casi questo comportamento diventa talmente regolare che l'individuo non lo ritiene un problema degno di nota. Le comuni compulsioni includono, in modo eccessivo, comportamenti come il lavarsi, il controllare, toccare, contare o sistemare e ordinare; altre possono essere comportamenti rituali che l'individuo esegue in quanto convinto che abbasseranno le probabilità che una ossessione si manifesti. Le compulsioni possono essere osservabili (come il lavarsi le mani), ma possono anche essere riti mentali come la ripetizione di parole e frasi o il conto.
Considerato che tutti gli individui che soffrono di DOC sono consci del fatto che tali pensieri e comportamenti non sono razionali e che, pur lottando contro di essi con tutte le proprie forze razionali, non riescono in alcun modo a liberarsene, i casi non trattati di DOC costituiscono uno dei più frustranti e irritanti disordini da ansia.
Il disturbo viene riconosciuto come tale solo se compromette il normale ritmo delle attività quotidiane e il funzionamento sociale e lavorativo del soggetto e se non può essere meglio giustificato da altri disturbi d'ansia o da malattie
psichiatriche dovute a condizioni mediche generali.
Talvolta il paziente presenta una depressione agitata non riconosciuta che inasprisce la sua sintomatologia ossessivo-compulsiva e uno stato simile alla tensione meditativa.
In considerazione del fatto che spesso il paziente ossessivo-compulsivo si impone una severa morale ed è fortemente preoccupato della contaminazione, la sessualità è spesso ostacolata, o comunque fortemente caricata e conflittuale.


TRATTAMENTO.
Attualmente, rispetto al passato, la prognosi per il DOC è sicuramente migliorata, in quanto l'approccio terapeutico al disturbo è radicalmente mutato: la psicoanalisi non è più considerata la cura-tipo per questi pazienti, mentre risultano attualmente di prima scelta forme differenti di trattamento, più efficaci e applicabili su scala più ampia. Tra queste, in particolare, la terapia psicofarmacologica e la psicoterapia cognitivo-comportamentale (PCC) hanno messo a punto sia dei protocolli specifici di intervento per il DOC, sia delle metodiche di valutazione dei risultati che consentono una verifica clinica e sperimentale.
Prima dell'avvento della clomipramina, l'accostamento psicofarmacologico al disturbo ossessivo-compulsivo era risultato deludente. In pratica, si era affermata l'efficacia di qualsiasi agente in questa situazione. La ragione di questa peculiarità risiede nel fatto che la sintomatologia del DOC è spesso fortemente inasprita dal sopravvenire di una "
depressione agitata" non riconosciuta. In virtù di ciò, capita che si produca una notevole accentuazione delle compulsioni nel paziente (tanto è vero che il diagnostico può erroneamente considerare tale inasprimento come la questione psicopatologica centrale, tralasciando così il disordine dell'"affettività di base") e quindi tutto quanto può alleviarla o guarirla, come per esempio le fenotiazine o gli antidepressivi triciclici, riduce la sintomatologia coattiva acuta. Tuttavia, il paziente non torna altro che alla dominante ossessiva di base.
Successivi rapporti hanno invece dimostrato che la clomipramina ha un valore specifico negli stati ossessivo-compulsivi al di là del suo effetto antidepressivo. E che questa azione anti ossessiva è presente anche negli SSRI (Selective Serotonin Reuptake Inhibitors, lett. "inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina", detti anche antidepressivi di nuova generazione o atipici), in particolare fluoxetina, fluvoxamina, paroxetina e sertralina, se usati a dosaggi vicini o uguali a quelli massimali (es. 60 mg/die per la fluoxetina, 300 mg/die per la fluvoxamina, 60 mg/die per la paroxetina e 200 mg/die per la sertralina). La farmacoterapia tende infatti a riconoscere il DOC come una specifica malattia serotoninergica. Il tempo di latenza dell'effetto antiossessivo degli SSRI è di circa dieci/dodici settimane contro le tre o quattro di quello antidepressivo. La percentuale di non-responder a questo tipo di trattamento è di circa il 30-40%.
Non è ancora accertato invece se l'efficacia degli SSRI nei disturbi ossessivo-compulsivi sia maggiore delle benzodiazepine (o più in generale di tutto il gruppo degli ansiolitici, anche non benzodiazepinici) per cui spesso vengono prescritti in abbinamento (anche per attenuare la sintomatologia ipertimica della "
depressione agitata" eventualmente concomitante con il DOC). Alcuni autori sconsigliano però il loro uso in quanto, pur dando un'attenuazione dell'ansia, creano altresì dipendenza e tolleranza e ostacolano la psicoterapia cognitivo-comportamentale.
L'associazione di SSRI con antipsicotici incisivi quali l'aloperidolo e il clopentixolo (e anche quella con i neurolettici di ultima generazione, quali il risperidone e l'olanzapina), sostenuta da alcuni psichiatri. non è di solito considerata una pratica razionale tranne che in presenza di DOC di notevole gravità, spesso con personalità borderline, a esordio precoce oppure in quei pazienti affetti anche da un disturbo da tic.
Nell'ambito della psicoterapia comportamentale si utilizza in particolare la tecnica di esposizione e prevenzione della risposta ma anche quelle di arresto (sospensione) dei pensieri, imitazione di modelli, desensibilizzazione sistematica e intenzione paradossale.
La psicoterapia cognitiva per questo disturbo invece centra la sua attenzione sulla modificazione in particolare dei seguenti processi di pensiero automatici e disfunzionali: eccessivo senso di responsabilità, eccessiva importanza attribuita ai pensieri, sovrastima della possibilità di controllare i propri pensieri e sovrastima della pericolosità dell'ansia.

martedì 16 giugno 2009

PSICOTERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è una delle più diffuse psicoterapie per la terapia di diversi disturbi psicopatologici, in particolare dei disturbi dell'ansia e dell'umore.
Rappresenta lo sviluppo e l'integrazione delle terapie comportamentali e di quelle cognitiviste, e si pone in una posizione di sintesi degli approcci neocomportamentisti, della
REBT (Rational-Emotive Behavior Therapy) di Albert Ellis e della terapia cognitiva classica di Aaron Beck, di cui cerca di integrare i principali aspetti funzionali.
Tale psicoterapia si basa sul modello A-B-C in cui B (Behaviour) è il comportamento target da modificare, A (Antecedente) è la situazione che porta il comportamento B ad essere agito e C (Conseguente) che è l'effetto che ottiene B. Il conseguente C ha un effetto di
rinforzo sul behaviour target B causando il mantenimento del comportamento, anche se disfunzionale o problematico.
L'obiettivo del terapeuta cognitivo-comportamentale è di ridurre il comportamento di evitamento, facilitare un reframing cognitivo (ristrutturazione cognitiva), ed aiutare il paziente a sviluppare abilità di coping (la capacità di fronteggiare certe situazioni).
Per raggiungere questi obiettivi, una delle tecniche principali consiste nell'esposizione sistematica del paziente alla situazione temuta, per comprenderla ed indagarla "sul campo". Quindi, con questa terapia risulta possibile monitorare l'influenza dell'ambiente a fini correttivi, attuando una sorta di
retroazione (feedback).
Questo può comportare:
Ristrutturare credenze "false" o auto-lesionistiche
Sviluppare l'abilità di parlare a se stessi in modo positivo (self-talk positivo)
Sviluppare la capacità di sostituzione di pensieri negativi
Desensibilizzazione sistematica (usata principalmente per l'agorafobia e le fobie specifiche)
Fornire conoscenze specifiche al paziente, che lo aiuteranno a fronteggiare le situazioni (per esempio se qualcuno soffre di attacchi di panico, gioverà l'informazione che le palpitazioni in sè stesse, anche se rapide e prolungate, sono del tutto innocue).
Al contrario delle prescrizioni mediche, l'efficacia della terapia cognitivo-comportamentale dipende da vari fattori soggettivi, come la competenza del terapeuta e la convinzione del soggetto. Oltre alla terapia convenzionale svolta "in studio", tale indirizzo di psicoterapia prevede spesso anche dei compiti cognitivo-comportamentali che i pazienti possono svolgere a casa come parte integrante della loro terapia (i cosiddetti "
Homeworks").

lunedì 7 gennaio 2008

CONSULENZA PSICOLOGICA A CAGLIARI E A CARBONIA

Da diversi anni svolgo attività privata a Carbonia e a Cagliari in qualità di Psicologo e Psicoterapeuta cognitivo comportamentale.
Ho conseguito la specializzazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale presso l'Istituto Tolman di Palermo e Nuoro (
http://www.istitutotolman.it/). Ho svolto varie attività inerenti l'intervento psicosociale e il supporto psicologico, talvolta a carattere di stage formativo o di tirocinio, altrimenti collaborando a progetto con funzioni da psicologo o da formatore. Uno degli ambiti maggiormente cogenti è stato quello della formazione, dove ho potuto beneficiare delle conoscenze e abilità apprese tra il 2001 e il 2002 presso il Corso Internazionale di Alta formazione in Scienza dell'Organizzazione, organizzato dall'AILUN di Nuoro (www.scienzesociali.ailun.it/alumni/so/2001/barraco.shtml oppure www.scienzesociali.ailun.it/). In tale occasione ho investito un anno esatto, dopo la laurea in Psicologia a Roma, approfondendo in modo intensivo la conoscenza della psicologia sperimentale, dell'economia, della sociologia e della logica classica, maturando l'apprendimento di un approccio multidisciplinare spendibile non solo nell'ambito delle organizzazioni, ma anche in altri campi d'interesse. Ciò è stato possibile anche grazie alle metodologie didattiche fornite ed utilizzate durante il suddetto corso, in quanto innovative rispetto ai normali canoni universitari italiani e basate sul principio del cooperative learnig; è stata, inoltre,  un'esperienza di straordinaria ricchezza culturale, poichè più della metà del corpo docente proveniva dalle più rinomate università statunitensi.
Negli ultimi sette anni ho approfondito la mia competenza in ambito clinico e psicoterapeutico presso il Centro Psicosociale della ASL 7 ad Iglesias (Ospedale Crobu). In questo centro, ho avuto particolare modo e interesse di occuparmi di casi di disturbi alimentari psicogeni (bulimia, anoressia, binge eating), disturbo di panico, disturbi d'ansia, disturbo ossessivo compulsivo, depresione, supporto genitoriale per problematiche infantili di tipo ansioso o relative ad iperattività, avendo buoni feedback in terrmini di risultato. Prima di questa esperienza, per circa tre anni, ho collaborato e supportato le attività psicoeducative e di counseling presso l'associazione ASP di Carbonia, per l'assistenza ai sofferenti psichici e loro familiari.


Attualmente sto lavorando in privato occupandomi in particolar modo di:

- disturbi d'ansia (attacchi di panico con agorafobia, fobia sociale e timidezza);
- disturbo ossessivo compulsivo (nelle sue varie forme);
- disturbi del comportamento alimentare (bulimia, anoressia, alimentazione incontrollata, obesità);
-
iperattività e deficit di attenzione (in particolare supporto ai genitori);
- depressione;

- terapia di coppia:
- terapia sessuale.

lunedì 19 novembre 2007

Iperattività e Disattenzione (DDAI)

Il DDAI si manifesta con irrequietezza, impulsività, comportamento scorretto a scuola. Si tratta di un vero e proprio disturbo dello sviluppo ad esordio infantile e come tale può essere trattato con gli strumenti della medicina e della psicologia. Se vuoi saperne di più, visita questo sito:www.aidaiassociazione.com